Vino, gli USA frenano ancora: export a -15,4% nel quadrimestre. UIV: “Serve una strategia di de‑risking”

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Assemblea nazionale UIV: il mercato americano cambia tra dazi e trasformazioni dei consumi. Il mercato unico europeo resta il principale fattore di stabilità.

Petroni: “L’America è cambiata, servono nuovi linguaggi”. Carnevale Maffè: “La non‑Europa costa all’agroalimentare 57 miliardi di euro”.

(Roma, 8 luglio 2026). L’export del vino italiano continua a rallentare: -8,3% a valore nel primo trimestre e un ulteriore -15,4% nel quadrimestre, con gli Stati Uniti che non mostrano segnali di ripresa. Secondo l’Osservatorio UIV, pesano dazi, svalutazione del dollaro e soprattutto un calo strutturale dei consumi, in flessione da cinque anni. Da aprile 2025 a marzo 2026 le esportazioni verso gli USA sono diminuite del 17%, pari a circa 340 milioni di euro.

«La narrazione secondo cui gli americani non rinunciano ai nostri prodotti non regge più», ha dichiarato Paolo Castelletti, segretario generale UIV. «Le tariffe sono solo l’ultima goccia: anche altri settori del made in Italy soffrono. Dobbiamo presidiare il mercato con i codici del commercio, non con quelli della politica».

Per Federico Petroni (Limes), il cambiamento è profondo: «Negli Stati Uniti non cambia solo una generazione, ma la composizione stessa del Paese. Con il tramonto dei baby boomer emerge un’America più plurale, con nuovi riferimenti culturali. Il vino italiano deve parlare linguaggi diversi e dialogare con pubblici nuovi, segnati da ricambi generazionali, etnici e geografici».

Sul fronte dei dazi, Alfredo Conte (MAECI) ha ricordato che la scadenza del regime tariffario temporaneo non dovrebbe modificare la sostanza: «Dopo il 24 luglio misure dello stesso valore, non oltre il 15%». Matteo Zoppas (ITA) ha sottolineato l’impegno del Governo: «Stiamo aumentando le risorse per sostenere le imprese nella promozione, a partire dagli USA, anche con Vinitaly.USA. Dobbiamo proseguire con gli accordi commerciali».

In assemblea è emersa la necessità di una strategia di de‑risking: ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici e regolatori e rafforzare il mercato interno europeo, oggi “porto sicuro” (+31% l’export verso l’UE negli ultimi sei anni). Ma il mercato unico resta frenato da barriere tecniche e iper‑regolamentazione.

«Il vero costo dell’Europa è la non‑Europa», ha spiegato Carlo Alberto Carnevale Maffè (SDA Bocconi). «La frammentazione del mercato unico vale 57 miliardi di euro solo nell’agroalimentare. Le imprese affrontano 27 mercati diversi, con regole e fiscalità non armonizzate. Completare il mercato unico significa restituire competitività e liberare risorse per innovazione e crescita».

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